Perché mentiamo a noi stessi?

L’autoinganno è una dinamica inconscia che mettiamo in atto per nascondere a noi stessi fatti che non avremmo altrimenti la forza di affrontare. E se creassimo “verità alternative” per sentirci meglio?

Perché mentiamo a noi stessi? Che senso ha l’autoinganno, ovvero il meccanismo che si innesca per proteggersi da una realtà troppo dolorosa?
Ti stai sbagliando chi hai visto non è… Non è Francesca. La canzone capolavoro di Lucio Battisti è la quintessenza dell’autoinganno: perfino di fronte all’evidenza << Come quell’altra è bionda, però / Non è Francesca / Era vestita di rosso, lo so / Ma non è Francesca >> un uomo non è capace di accettare un tradimento subìto.

Quando l’IO si protegge da pulsioni che non è in grado di tenere sotto controllo, mette in atto diversi meccanismi di difesa. Questi si attivano in maniera inconscia e ci mettono al riparo da verità inaccettabili, che comporterebbero traumi e dolori.

Quando e come ci autoinganniamo?

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Secondo il Padre della Psicologia Sigmund Freud, l’io inganna se stesso quando fa prevalere il principio di Piacere sul principio di Realtà. Alcune persone preferiscono evitare – consapevolmente o meno – una condizione spiacevole e scelgono di processare un’informazione menzognera piuttosto che l’informazione vera. Per fare questo, però, si ricorre a una distorsione del processo di elaborazione delle informazioni, che inizia già dalle nostre prime percezioni, influenzate dagli stati d’animo in cui versiamo nel momento in cui le avvertiamo. Naturalmente, le percezioni “falsate” generano emozioni “falsate”. Pertanto mentire a sé stessi è il risultato di emozioni contrastate e imprecise scaturite da percezioni ambigue.

Ernest Jones (nella foto sopra) nel 1908 propose la prima definizione di “autoinganno”. Il neurologo e psicanalista britannico identificava con questo termine quel tipo di attività psichica mediante la quale l’Io evita di riconoscere un comportamento incoerente e lo sostituisce con una spiegazione razionale. Per farla più semplice, attraverso l’autoinganno rendiamo accettabili – sia dal punto di vista logico che morale – gli atteggiamenti, le azioni o i sentimenti dei quali non vogliamo o non possiamo accettare le motivazioni profonde.

Ok, ma perché mentiamo a noi stessi?

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Nel corso dello sviluppo psichico si costituisce in noi un modello ideale al quale, nel corso della vita, tendiamo a uniformarci. Quando ci troviamo a trasgredire, questo ideale entra in alleanza con il Super-io (l’istanza psichica che regola il comportamento e presiede alla coscienza morale – aka il nostro Grillo Parlante) e insieme si oppongono all’eventuale trasgressione, innescando un conflitto. Qui entrano in gioco le pulsioni, che dirompono dando luogo a comportamenti o sentimenti incompatibili con l’ideale che abbiamo costruito. L’uomo di Non è Francesca, per esempio, non accettava di essere un uomo tradito, né che la sua donna fosse una traditrice. Quindi… no, non può essere lei.

Per rispondere al conflitto, l’Io sviluppa delle “contro-tensioni” conformi alle richieste del Super-io e una realtà parallela si affianca alla normale attività psichica, acquistando la natura e il carattere di razionalizzazione. Et voilà: così ha luogo l’autoinganno.

Esempi di razionalizzazione nella dinamica dell’autoinganno

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La razionalizzazione può essere impiegata per sfuggire, per esempio, al senso di colpa. Raccontiamo a noi stessi che era “destino” che una determinata cosa fallisse, a prescindere dal nostro impegno.
Oppure, cosa molto comune nelle relazioni violente o in quelle semplicemente “conflittuali”, la si usa per evitare l’introspezione.

I comportamenti inadeguati o aggressivi si giustificano con lo stress accumulato, la stanchezza, l’esasperazione. Di contro, il soggetto leso – per non riconoscere che il partner sia una persona violenta o non realmente innamorata – sposta la colpa su di sé, sul non essere “abbastanza” o sul dover fare “di più”.

Un altro grande classico autoinganno è quello messo in atto dal fumatore. Nonostante il fumatore sappia che fumare è dannoso, il comportamento manifesto rimane quello di fumare. Si chiama dissonanza cognitiva (Festinger, 1957) ed è una delle tante “trappole” che tendiamo alla nostra mente quando mentiamo a noi stessi. Nasce così la famosa scusa “anche il mio medico fuma”. Non si può negare di aver fumato, ma si possono trovare nuovi argomenti a supporto del proprio vizio.

Guardarsi dentro può turbarci, scandalizzarci, affaticarci. Tuttavia l’unico modo che abbiamo per vivere meglio è risolvere, discutendo per primo il nostro stesso essere.

A presto <3

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