Storia di una sopravvissuta

Oggi vi raccontiamo la storia di una sopravvissuta, di una donna speciale che, per fortuna, può raccontare la sua storia. La nostra Erika (nome di fantasia, ndr) ci ha voluto regalare delle parole dure, strazianti che, vi avverto, vi faranno male. Perché la violenza sulle donne fa male, anzi malissimo!

Il 25 novembre è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne e noi abbiamo deciso di raccontarvi la storia di una sopravvissuta. La nostra Erika – ci piaceva questo nome che ricorda la pianta sempreverde, in qualsiasi stagione – è una donna molto speciale.

Vi assicuro che leggere la sua storia vi colpirà dritte al cuore.

Con me è successo così, ha colpito in ogni suo punto. C’è un aspetto su cui, però, vorrei che riflettessimo un attimo insieme. Un uomo non è mai violento subito, all’inizio è sempre tutto perfetto. Ci sono dei segnali, però, chiari, che noi donne scegliamo di ignorare.

Abbiamo sempre quella sensazione dentro che ci fa pensare che è colpa nostra, che se noi cambiamo atteggiamento, allora lo farà anche lui. Che se ce la mettiamo tutta forse allora le cose torneranno come all’inizio.

No ragazze, credetemi, non funziona così. Un uomo violento è un uomo che non possiamo cambiare noi. Le sue reazioni violente non sono colpa nostra. Impariamo a proteggerci e impariamo ad ascoltare chi ci vuole bene. Adesso, però, vi lascio alle parole di Erika. Leggetele con attenzione e, mi raccomando, non giudichiamo mai la storia di una sopravvissuta! Prima, però, vi lasciamo il link di Doppia Difesa, nel caso ne abbiate bisogno.

La storia di una sopravvissuta: le parole di Erika

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Non è facile da capire, né da accettare, come da un giorno all’altro tutto possa cambiare. Ti svegli la mattina accanto ad una persona e ti ritrovi la stessa sera in un letto di ospedale proprio a causa sua. Così la tua diventa la storia di una sopravvissuta! Non è facile, eppure dopo tre mesi mi rendo conto che ci sono stati così tanti segnali, che purtroppo ho ignorato.

Quando ci siamo conosciuti è stato wow, un raggio di sole in una giornata buia. Sembrava tutto così perfetto: il modo in cui mi trattava, come mi parlava. A pensarci bene, però, non piaceva a nessuno – né famigliari né amici – ma ero determinata a far vedere loro che si sbagliavano.

Dopo appena due mesi avevo tra le mani quel test positivo. Ci ho pensato tanto e alla fine ho scelto di portare avanti la mia gravidanza. Sapevo che lui sarebbe stato al mio fianco e mi sentivo serena, così abbiamo deciso di iniziare a convivere.

Tuttavia, da quel momento, ho perso il conto delle litigate e dei pianti. Tutte le scuse erano buone per urlare, insultare o minacciare. Subito dopo, però, arrivava sistematico il pentimento condito da vari “ti amo”. Lo ammetto, ho sempre perdonato pensando che fossero solo momenti no.

Mi ricordo tutte le volte in cui ho pianto accarezzando il pancione, chiedendo scusa alla bimba che ancora non era nata per tutto quello stress, tutte quelle urla. Continuavo a pensare che la colpa fosse mia, che stavo sbagliando tutto. Lui non voleva che uscissi o che parlassi con determinate persone e non accettava che avessi un pensiero diverso dal suo. Continuavo a pensare che la sua rabbia fosse causata da me, allora mandavo giù gli spintoni, le urla e gli oggetti rotti.

La svolta

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Dopo la nascita della bambina le cose non sono cambiate, anzi. Non era presente e non era dolce. Certo, gli altri me lo facevano notare ma io continuavo a giustificarlo in ogni modo. Anche se le litigate erano peggiorate. Non voleva che lavorassi e mi faceva sentire una cattiva madre perché pensavo ad avere una carriera. Ha cominciato ad arrabbiarsi per il mio modo di vestire e addirittura quando vedevo i miei genitori.

Quegli stessi mesi che tanto avevo immaginato come speciali, perché vissuti da famiglia felice e appena formata, ormai erano un incubo. Non ne potevo più! Ero triste e volevo cercare un modo per staccarmi. Penso che lui l’avesse capito perché a casa parlavamo poco.

Spesso beveva, e quando lo faceva diventava ancora più aggressivo nei modi. Non c’erano più sorrisi nelle quattro mura, ma c’erano all’esterno, per non far vedere alle persone come stavano davvero le cose.

Una sera decisi di uscire con le mie amiche. Ero fuori casa, da sola, a bere qualcosa, per la prima volta dopo quasi un anno e mezzo. Che felicità! Lui, invece, era piuttosto innervosito ma non mi lasciai influenzare.

Mi aveva detto che non voleva la bambina a casa, così mi ero organizzata con i miei. La mattina stessa mi aveva salutato con un bacio e un “ti amo” prima di uscire per andare a lavoro. La sera andai a prendere mio fratello e mi mandò un messaggio “amore divertiti”.

Questo è l’ultimo ricordo normale che ho di lui.

Cosa è successo quella maledetta sera.

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Ero appena arrivata dalle mie amiche quando sono arrivati i primi messaggi strani e le chiamate, piene degli stessi insulti di sempre. Ricordo di aver pianto tanto e di aver confidato alle mie amiche, per la prima volta, quanto fossi stanca di tutto e di lui. Ho ancora vivida in mente l’immagine dei loro occhi pieni di preoccupazione.

Nonostante tutto, ancora una volta, quella notte decisi di tornare a casa da lui. Avevo una specie di calamita: volevo tornare e chiarire ancora.

Quando tornai a casa, lui era evidentemente ubriaco e anche sotto effetto di altro. Mi insultò e appena provai a rispondere agli insulti, cominciò a colpirmi. Avevo provato a difendermi, ero scappata in salone dove, però, mi aveva raggiunta. Ricordo bene quei momenti. Ricordo che lo supplicavo di lasciarmi vivere per nostra figlia mentre le sue mani erano sul mio collo, mentre continuava a colpirmi ancora e ancora.

E ricordo l’esatto momento in cui ho pensato che per me fosse finita. Mi chiedevo come mi avrebbero trovata i miei genitori, che fine avrebbe fatto mia figlia, perché ero convinta che la mia vita fosse finita lì. Ho pensato in quel momento a tutte quelle volte che ho visto queste cose al telegiornale e mi erano sembrate così lontane. Ora, però, toccava a me.

A un certo punto, dopo aver deciso che probabilmente era abbastanza, andò in camera. Io mi barricai in salone e chiamai mio fratello ed una mia amica per chiedere aiuto perché con il mio telefono non potevo chiamare la polizia. Aspettai che si distraesse per scappare.

Cosa è successo dopo e come è diventata la storia di una sopravvissuta.

Mamma-e-figlia
Mi trovò mio padre, qualche chilometro dopo casa. Vagavo per strada in mutande e calzini con una magliettina. Ero salva, ero sopravvissuta, ma da quel giorno la mia vita è cambiata.

Ho denunciato, ma purtroppo denunciare, ho compreso, non sempre è un bene. Mi sono trovata sotto processo io stessa, con gli assistenti sociali alle costole e a dover fare i conti con i giudizi delle persone. Mi sono vista negare l’allontanamento perché le lesioni non erano abbastanza gravi. Ergo, lui potrebbe presentarsi in qualsiasi momento sotto casa mia, a lavoro, o peggio a prendere la bambina all’asilo. Per il sistema non è abbastanza grave finire in ospedale.

Non solo, nelle indagini non hanno sentito testimoni e non hanno menzionato l’uso di alcool e droghe. Lui è libero, va a lavoro, esce e fa la sua vita, potrebbe anche conoscere un’altra donna e fare la stessa cosa.

Io, invece, combatto ogni giorno con la paura, le istituzioni, con il peso di dover crescere una figlia sola e, allo stesso tempo, con il terrore che lui possa ottenere l’affidamento. Perché quello che lui mi ha fatto non è sufficiente per allontanarlo dalla mia vita. Allora penso a tutte quelle donne che sono state uccise, ai figli che ne hanno pagato le conseguenze e che sono stati uccisi a loro volta.

Magari hanno denunciato, come me, e come me non sono state ascoltate, forse le situazioni sono state sottovalutate, perché si aspetta mesi, o anni per un processo. Nel frattempo cosa succede a tutte quelle donne che hanno chiesto aiuto e sono state lasciate sole?

Capisco anche chi non ha denunciato!

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Quando denunci sei sola. Tu contro lui, che a quel punto è ancora più incattivito, perché sa di non poterti più controllare. La mia salvezza è stata la mia famiglia, che non mi ha lasciata sola, mai.

Ecco perché molte donne non denunciano, e restano accanto a chi le picchia, rischiando di fatto la vita ogni giorno.

Io vorrei dire a quelle donne che non sono sole. Se si guardano intorno scopriranno che siamo tante, e che molte di noi tengono sempre la porta aperta. Vi prego, non restate con uomini violenti, la vita è preziosa! Vorrei dire a quelle donne che non meritano quello che stanno passando, nessuno lo merita. Soprattutto non sentitevi in colpa per non aver capito i segnali, un uomo violento spesso e volentieri è un abile manipolatore.

Verranno giorni migliori, quel vuoto allo stomaco passerà, sorriderete ancora.

Vorrei dirlo a tutte le donne che vivono questo vortice, perché me lo ripeto ogni giorno anche io. Tutte le mattine mi sveglio e cerco di andare avanti, di sorridere. Sono sopravvissuta, e questa non dovrebbe essere una cosa eccezionale, ma lo è!

E soprattutto voglio chiedere a tutte le donne che ci sono passate di parlarne, alleggerirà voi e aiuterà tante altre a sentirsi meno sole. Fatelo per chi, a differenza nostra, non può essere qui a raccontarlo!

Madeleine

Madeleine H., nata a Roma nel 1982, vive con il marito e la figlia Penelope a Napoli. È autrice di due manuali di consigli d'amore - Il Metodo e Sos Ex - e di diversi romanzi Chick Lit.

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